Il filtro polarizzatore: perché e come usarlo

Video youtube: https://www.youtube.com/watch?v=JWOcPgA6BYo&t=71s a cura di Mariano Morichini

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I filtri polarizzatori hanno alcuni scopi importanti, quali quello di vivacizzare i colori eliminare la foschia (e quindi rendere più nitide le foto in giornate molto assolate), quelli di eliminare o ridurre fastidiosi riflessi.

Per prima cosa cerchiamo di capire cos’è la polarizzazione della luce. La luce è una radiazione elettromagnetica, che consiste nella propagazione rettilinea di un campo elettrico e magnetico oscillanti. L’oscillazione dei campi elettrico e magnetico genera onde che si sviluppano ciascuno in un solo piano come nella parte sinistra del riquadro visibile qui sotto, oppure genera onde che si sviluppano su tantissimi piani come intuibile nella parte destra dello stesso riquadro.

Nel primo caso si parla di luce polarizzata e nel secondo caso di luce non polarizzata.

Generalmente la luce che noi vediamo è una luce riflessa dagli oggetti illuminati e dopo la riflessione può avere una componente polarizzata e una non polarizzata.

La componente non polarizzata viene ottenuta dalla riflessione di una superficie non speculare (radiazione più che altro diffusa dalla tale superficie) e “riparte” dalla superficie in tutte le direzioni: essa contribuisce a farci percepire il colore della superficie che diffonde la radiazione.

La componente polarizzata è generalmente ottenuta dalla riflessione da parte di una superficie speculare (quindi è una radiazione riflessa che si propaga con un angolo di riflessione ben preciso) e contribuisce più che altro a trasmettere la sorgente luminosa che l’ha generata senza dare informazioni sul colore dell’oggetto e generando un riflesso brillante.

[N.B. I metalli generalmente pur avendo superfici riflettenti non producono luce polarizzata ma i metalli verniciati lo possono fare]

Quindi in definitiva ai nostri occhi arriva una radiazione composta da una componente diffusa non polarizzata che ci mostra il colore dell’oggetto, e una componente riflessa polarizzata che ci impedisce di vedere colori e forme, spesso abbagliandoci.

Quindi cosa fa un filtro polarizzatore posto davanti all’obiettivo: poiché e composto da due vetri che possono ruotare l’uno rispetto all’altro per bloccare la componente polarizzata.

Questo generalmente consente di migliorare i colori, eliminare o ridurre fortemente i riflessi, sia derivanti dall’umidità o dal pulviscolo dell’aria che derivanti da vetri o da superfici bagnate.

Nelle due foto che seguono si vede che fotografando una vetrina senza filtro polarizzatore arriva nell’obiettivo tutta la radiazione riflessa dal vetro, che in questa situazione si comporta né più né meno come uno specchio. Nel secondo caso invece il filtro polarizzatore elimina quasi tutta la radiazione riflessa e il vetro si comporta come tale, lasciandoci vedere l’interno della libreria.

1)

2)

Ci sono filtri polarizzatori di diverse case costruttrici, di diverso spessore e i cui vetri sono trattati diversamente. La prima distinzione che dobbiamo fare è comunque quella tra polarizzatori circolari (CPL) e quelli lineari (PL). I risultati sono identici ma nelle macchine digitali i filtri polarizzatori lineari interferiscono con sistema dell’autofocus a rilevazione di fase, che quindi funziona in modo inaffidabile (questo tipo di filtro polarizzatore non interferisce con il sistema autofocus a rilevazione di contrasto, che però non vengono più montati nelle macchine digitali.

[N.B. L’autofocus a rilevamento di fase o differenza di fase (phase detect) è un sistema di messa a fuoco che funziona dividendo la luce in ingresso in due immagini e comparandole.

Grazie alla presenza di due sensori accoppiati su ciascun punto di messa a fuoco, la macchina è in grado di capire se le due immagini dello stesso soggetto rilevate dai due sensori sono sovrapposte, se sono troppo vicine o se sono troppo lontane. In questo modo misura lo sfasamento tra i due raggi, e la distanza dell’oggetto, comunicando al motore dell’obiettivo come deve spostare le lenti, per raggiungere la perfetta messa a fuoco.

L’autofocus a rilevamento di contrasto funziona così: impostando sulla macchina un punto di messa a fuoco, “chiediamo” alla macchina stessa di trovare il posizionamento delle lenti che permetta di raggiungere il massimo contrasto possibile per quel punto.

La macchina comincia a fare delle misurazioni del contrasto spostando le lenti avanti e indietro e comparando i risultati della comparazione.

Il problema è che una macchina che usa l’AF a contrasto non sa come deve muoversi: il punto di messa a fuoco più preciso potrebbe essere davanti o indietro rispetto a quello in cui si trova, e quindi le misurazioni devono essere molte e in due direzioni]

Un’altra cosa che fa la differenza è lo spessore del filtro: un filtro più sottile e più costoso tende a minimizzare il fenomeno della vignettatura. Come pure è importante il trattamento superficiale che impedisce o quanto meno rende difficoltoso alla polvere e anche al grasso di depositarsi sul vetro stesso.

Così come è importante che la parte anteriore del filtro ruoti correttamente, né troppo facilmente né con troppa difficoltà. Molto comodi sono i filtri magnetici, tipo i Freewell, che si innestano per contatto e non vanno avvitati.

Cerchiamo quindi di capire quando usare ma soprattutto con quali precauzioni usare i filtri polarizzatori (si noti che i filtri polarizzatori non possono essere replicati in post produzione).

L’uso più classico del filtro polarizzatore è quello di scurire il cielo in modo da accentuare il senso di contrasto e aumentare la saturazione.

Questo effetto è particolarmente accentuato quando si ha il sole a 90° rispetto alla direzione in cui si fotografa (è quindi è praticamente di fianco al fotografo) e quindi non è consigliato un filtro polarizzatore quando si usa un obiettivo grandangolare con un angolo di campo molto ampio (dal 24 mm in giù).

In questi casi, come si può vedere nella figura seguente, vengono inquadrate aree  direzionate sotto angoli nettamente differenti da 90° e quindi in queste direzioni l’effetto del filtro polarizzatore è molto differente. Nella figura seguente infatti il cielo appare blu scuro al centro mentre appare azzurro sulla destra e sulla sinistra.

Un altro uso classico è quello di togliere i riflessi dell’acqua per poter vedere quello che c’è sotto la superficie. Si faccia comunque attenzione al fatto che soprattutto in acque profonde può venir fuori soltanto un’area molto scura che magari non è quello che volevamo ottenere.

Nella fotografia di ritratto il filtro polarizzatore è utile soprattutto quando si vuole fotografare attraverso un vetro perché toglie il suo riflesso.

Un pregio del polarizzatore è quello che ruotando il filtro se ne può dosare l’effetto: quindi in foto fatte in ambienti cittadini se ne può dosare l’effetto, dosando la saturazione dei colori.

Il polarizzatore riduce la foschia e permette foto più contrastate e inevitabilmente più scure: il polarizzatore infatti tende a ridurre la quantità di luce che arriva sul sensore arrivando a ridurla da 1 a 2 stop.

Può anche darsi che in certe situazioni non ci si possa permettere questa riduzione di luminosità.

Va comunque detto che non sempre si può volere eliminare la foschia oppure si può voler rendere più saturi i colori: questo comporta che il filtro polarizzatore non è un filtro da tenere fisso sull’obiettivo.

Inoltre va detto che fotografando con il polarizzatore montato certe plastiche, come ad es. fotografando attraverso i vetri in plexiglas degli aerei si possano ottenere effetti strani di frange iridescenti tipo arcobaleno.

Infine va detto che per molti scopi per i quali il filtro polarizzatore è indicato esistono filtri alternativi come quelli a densità neutra: ad es. il filtro ND 1000.

Comunque la teoria e la pratica dei filtri neutri (che possono avere densità diverse e quindi ridurre l’intensità luminosa di 1 o 2 fino a 10 stop) è un’altra storia.

Articolo tratto dal video di Mariano Morichini a cura della redazione di Photocufi.it

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